Il termine talento deriva dal greco “talanton”, che in origine era il piatto della bilancia: nella sua forma più primitiva, questo strumento di misurazione era una semplice asta orizzontale, alle cui estremità erano appesi, alla stessa altezza, due piatti; su uno si metteva il materiale da pesare e sull'altro si mettevano dei pezzi di metallo di peso noto fino a quando non si arrivava al perfetto equilibrio dei due piatti. Ancora oggi in Italia, in alcuni paesini si può vedere questo tipo di bilancia, usata dai contadini per pesare i loro prodotti. Furono gli Egizi, intorno al 2500 a.C., ad introdurre il tipo più semplice di bilancia, con la quale si pesavano anche i metalli. Per questo il termine talento passò a significare “peso”, perchè era il peso che si metteva sul piatto della bilancia (e in particolare il più grande); così si passò al metallo pesato, e infine all'oggetto pesato, cioè alla moneta. Inizialmente il talento equivaleva ad una quantità di argento tra i 26 e i 34 chili; nei primi secoli della sua comparsa e del suo uso, la moneta aveva grandissimo valore, anche perché, identificandosi ancora la ricchezza con quella fondiaria, la circolazione monetaria era ridottissima. Il talento divenne poi una preziosa moneta aurea medio-orientale dal peso di 8,5gr., quella d’oro più pesante. Essa assunse valore diverso secondo i luoghi e i tempi: era equivalente a 6000 denari o 5500 lire oro; i Sumeri e i Babilonesi avevano un sistema in cui 60 shekel formavano una mina e 60 mine formavano un talento; il talento romano era formato da 100 libbre, che avevano una massa inferiore alla mina. Durante la Guerra del Peloponneso, in Grecia questa moneta equivaleva alla quantità di argento necessaria per pagare l'equipaggio di una trireme per un mese. Il talento era anche la moneta base del sistema monetario introdotto dal legislatore ateniese Solone, che si componeva di 11 diverse monete: il talento, poco maneggevole e poco spendibile, equivaleva al peso di un piede cubico d’acqua (circa 26 Kg) e veniva utilizzato solo nelle grosse transazioni. Il talento veniva utilizzato in Grecia e in Palestina, dai Babilonesi e dai Sumeri. Nell'epoca cristiana, il termine talento assume un nuovo significato, grazie alla famosa parabola dei talenti nel Vangelo di San Matteo, che dice: “Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. Ad uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì…”. I primi due servi investono saggiamente il denaro e lo fanno fruttare, mentre il terzo, o per paura o per incapacità, non lo impiega bene. “Dopo molto tempo il padrone di quei servì tornò, e volle regolare i conti con loro...”: i primi due servitori, che hanno fatto fruttare i talenti loro consegnati, vengono lodati dal padrone, mentre il terzo è rimproverato e punito, perché non ha saputo utilizzare ciò che il suo padrone gli ha consegnato. In base alla parabola, il talento diventa il dono di Dio che si moltiplicherà qualora si saprà farne buon uso, e rimarrà infruttuoso in caso contrario. La parola talento acquista così il significato metaforico di “ingegno”, “capacità”, e ancora oggi l’italiano e l’olandese conservano questo significato: nel linguaggio comune associamo una persona che ha talento a individui con capacità e risorse uniche ed innate. In entrambe le lingue, pur non essendo più usato come moneta, il talento rimane nell'uso comune moderno.
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