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  La storia delle monete del Giappone
La numismatica spesso riflette e riassume la storia di ogni paese; nel caso del Giappone ci insegna che questa nazione, che oggi ha come valuta lo yen che accanto al dollaro è una delle più forti del mondo, per secoli, con almeno 1000 anni di ritardo rispetto alla Cina, non ebbe una propria moneta. L’economia nipponica si basava sul baratto, ossia sullo scambio di beni soprattutto riso e seta, oggetti in bronzo e ceramica. Le monete documentano e spiegano in modo eloquente il lungo isolamento del Giappone, il rifiuto della penetrazione europea prima e l’improvvisa apertura all’occidente poi, l’esplosione industriale… Solo nel 487, sotto la guida dell’imperatore Kenso, si ha notizia di una moneta di argento detta “Ginsen”, ma non è certa la sua origine, e cioè se sia nipponica o coreana. Nel VII secolo il Giappone cominciò ad usare le prime monete che erano importate dalla Cina o venivano imitate sulla base di monete cinesi. Solo nell’ VIII secolo il governo giapponese iniziò a coniare monete: esse erano simili a quelle cinesi ed erano tonde con un foro quadrato nel centro. L’iniziativa di batter moneta fu intrapresa grazie all’abbondanza di rame prodotto nella provincia di Musashi. Sempre imitando i modelli monetari cinesi, dal 708 al 958 i figli del Sol Levante coniarono le cosiddette “12 monete antiche” o “12 monete dinastiche”; esse sono 12 serie di monete in rame e in argento che prendono il nome dell’imperatore o dell’epoca storica in cui furono coniate. Le prime furono quelle battute nel 708 sotto l’imperatore Genmyo, conosciute come le “Wado Kaichin”. Il termine kaichin è composto da kanji, che significa aprire, inaugurare, e da una forma popolare che significa rarità, meraviglia. Queste monete recavano stampi uniformi e caratteri cinesi e quelle d’argento furono emesse solo per un anno, mentre quelle di rame furono battute per circa 50 anni.
Una seconda emissione monetaria, curata da esperti cinesi arrivati a Nara, che allora era la capitale del Giappone, venne denominata “Shin Wado”, cioè “Nuova Wado”, per distinguerla dalla precedente “Ko Wado”. In seguito l’imperatore Junnin, nel 760, fece coniare 3 monete, in oro, argento e rame, dette rispettivamente Kaiki Shoho, Taihei Genpo e Mannen Tsuho.
Le successive emissioni furono il Jingu Kaiho, Ryuhei Eiho, Fuju Shinpo, Showa Shoho, Chonen Daiho, Myokei Shinpo, Jokan Eiho, Kanpei Daiho, Engi Tsuho, Kengen Daiho; queste monete subirono una progressiva svalutazione: infatti quasi ogni volta le monete venivano emesse per un valore di 1 a 10 rispetto alla precedenti. Ad esempio, se nel 708 con un Wado Kaichin si potevano acquistare 2Kg di riso, 200 anni dopo con un Engi Tsuho, se ne poteva comprare appena ½ etto.
Nel 958, sia per la carenza di metallo, sia per le eccessive spese sostenute per trasferire la capitale a Kyoto, ma soprattutto per la sfiducia della popolazione verso la moneta nazionale, il governo giapponese (incredibile, ma vero) interruppe la coniazione di monete e proibì la circolazione di qualsiasi moneta. In poche parole teoricamente, si tornò al baratto, pratica di scambio che a quei tempi per moltissime popolazioni era solo un lontano ricordo; ovviamente, nonostante non vi erano monete emesse dal conio giapponese, questo non significava che non vi fosse circolazione monetaria; infatti, nonostante il netto divieto, circolavano monete importate dalla Cina. Questa situazione durò sino al periodo Edo (1600-1868), quando nuovamente comparvero delle monete emesse dal governo nipponico; la ripresa del conio nazionale è dovuta a un signore locale, il daimyo Koshu Takeda, governatore del feudo di Kai (odierno Koshu, prefettura di Yamanashi), una delle regioni più ricche d’oro del paese. Egli seppe rispondere alla crescente domanda di moneta per finanziare l’acquisto di armi e di tutto ciò che occorreva per la guerra tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI secolo. Le monete fatte coniare da Koshu Takeda erano monete d’oro di forma circolare, sul cui retro era stampata la percentuale di oro che contenevano; in base ad esso si stabiliva il valore di queste monete, note come “Koshu kin”.
Toyotomi Hideyoshi, uscito vincitore dalla contesa fra i signori della guerra per la conquista e l’unificazione del paese, salì al potere nel 1590. Egli, avendo posto sotto il suo controllo molte miniere d’oro e d’argento, diede l’incarico di responsabili della zecca e con il diritto di coniare nuove monete a una famiglia di cesellatori e incisori d’oro, la famiglia Goto. Fra i nuovi coni il più prezioso era lo oban, una grande moneta d’oro di forma ovale, che ha la firma Goto, porta l’indicazione di 165,4 gr d’oro e presenta dei motivi floreali cesellati nei motivi a losanghe, sia in basso che in alto; essi erano lunghi 17 cm e larghi 10 cm e oggi rappresentano la forma monetaria più grande al mondo. Per il loro elevato valore, questi coni non erano in circolazione, ma costituivano una riserva aurea oppure venivano usati per doni di corte in occasione di servizi o eventi eccezionali. Lo oban rappresentò il massimo nominale in oro emesso in Giappone anche durante l'epoca successiva a quella di Toyotomi Hideyoshi, ossia l’epoca Tokugawa (1603-1868), in cui si realizzò la prima vera unificazione monetaria del paese.
Lo yen, l’attuale valuta giapponese, venne coniato in oro dal 1870 fino al 1888 e in argento fino al 1914. I tagli maggiori dello yen continuarono a essere coniati in oro fino al 1932, quando il conio venne diviso in 100 sen e in 1000 rin.
Nel 1949 allo yen fu assegnato un valore fisso di 360 per dollaro USA e, in seguito, il sen e il rin uscirono dalla circolazione, sebbene continuino a essere impiegati nei calcoli finanziari. Il valore dello yen cominciò a fluttuare nel 1971, fino a quando il tasso di cambio precipitò sotto i 100 yen per dollaro nel 1994. Attualmente le monete metalliche sono coniate in tagli da 1, 5, 10, 50, 100 e 500 yen e circolano insieme a banconote da 1000, 2000, 5000 e 10.000 yen. Lo yen è una delle valute più forti del mondo, anche se è continuamente in “gara” con il dollaro e il nostro euro.

 
 
 
 
 
 
 
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