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GEN
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  La storia del Genovino
Il Genovino d’oro, detto anche scudo d’oro, è una moneta della bontà di 24 carati simile al fiorino per peso e bontà e contemporaneo ad esso riguardo la data di emissione. Dalla metà del XV secolo si cominciò a chiamare Ducato Genovino e fu emesso sempre allo stesso titolo, ma di peso leggermente aumentato e incontrò il favore di tutti i paesi che entravano in contatti commerciali con la Repubblica di Genova. La prima coniazione del Genovino da parte della repubblica marinara di Genova risale al 1250-52: è la prima coniazione aurea in Italia, e in tutta l’Europa occidentale, dall’epoca romana. Infatti dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente si ridusse la circolazione di monete e l’oro cominciò a scarseggiare. Nell’VIII secolo Carlo Magno stabilì che la moneta del Sacro Romano Impero fosse il denaro d’argento (l’argento era stato per buona parte del Medioevo il metallo della moneta corrente); dopo l’anno Mille l’oro ricominciò a circolare e le repubbliche marinare, grazie ai loro fiorenti commerci, coniarono proprie monete: Venezia il Ducato, Firenze il Fiorino e Genova il Genovino. La coniazione di quest’ultimo era connessa con l’attività mercantile di Tedisio e Nicolò dei Fieschi di Torriglia e Opizzo dei Fieschi di Savignone, rispettivamente fratelli e nipote del papa Innocenzo IV, i quali gestivano una società che operava nel Mediterraneo occidentale. Questa fiorente società si procurò un punto di approdo vicino alla zona aurifera di Palola: questo permise di acquisire notevoli quantità d’oro da introdurre sul mercato genovese. I genovesi dunque furono i primi a poter coniare una moneta d’oro dopo tanti secoli.
Più o meno contemporaneamente all’inizio della battitura del primo Genovino d’oro, la zecca genovese cominciò a produrre anche le sue frazioni, cioè la quartarola (quarto di Genovino) e l’ottavino (ottava parte del Genovino) detto anche soldo d’oro di Genova. Su quale di queste monete sia stata battuta per prima gli studiosi hanno discusso lungamente; è probabile che sia comparsa prima la quartarola, poi l’ottavino e infine il Genovino, anche se tutte e tre le monete apparvero in un breve arco di tempo.
L’ottavo di Genovino o ottavino è una piccola moneta del diametro di 10 mm e del peso di 0,42-0,43 gr., che al diritto reca un castello tra le lettere C e V, mentre sotto compare una sorta di X che sembra formata da due V unite per il vertice, di cui non si è compreso il significato; al rovescio reca una croce con le lettere I A N V disposte in senso antiorario nei quattro cantoni. Poiché l’ottavino è molto raro, è molto ricercato dai collezionisti.
La quartarola o quarto di Genovino è molto simile al Genovino ma è più piccola: ha un diametro di 12 mm e pesa circa 0,87 gr. Sempre come il Genovino, ha dovizia di segni di zecca come trifogli e anellini ed è una moneta importante, e molto spesso citata, perché fu coniata dai genovesi per disporre di una moneta che equivalesse come peso e titolo al tarì d’oro, detto anche quadriglio d’oro, moneta molto diffusa in Italia meridionale e soprattutto in Sicilia. Il tarì fu introdotto in Italia dai califfi arabi, i Fatimidi, con il nome di robai e rappresentava il quarto del dirhem arabo (vedi articolo “La storia delle monete dell’Islam”). Quindi la quartarola è una testimonianza di come i genovesi, anche nel campo monetario, si adeguassero alle situazioni contingenti legate ai loro traffici: in questo caso i rapporti commerciali con la Sicilia riguardavano l’approvvigionamento di grano e ciò richiedeva una moneta che potesse favorire l’acquisto di prodotti, come il grano, che erano di assoluta necessità per la sopravvivenza della popolazione genovese e, in generale, di tutta la Liguria.
Il Genovino porta impressa l’immagine di sette canestrelli a sei punte, che è simbolo di abbondanza. Inoltre sappiamo che a Crevacuore, un paese in provincia di Biella, si produce un tipico dolce ben commercializzato e molto apprezzato dagli abitanti del posto, dei dintorni e dai turisti: il Canestrello. La probabile connessione tra le due comunità sta nei comuni feudatari, i Fieschi del ramo di Torriglia, signori di Masserano e Crevacuore. Riguardo la coniazione del Genovino sappiamo che dal 1280 al 1339 la moneta recava la scritta IANUA.QUA(M).DEUS.P(RO)TEGAT., mentre il doge genovese Simon Boccanegra durante le sue due cariche, che ricoprì dal 1339 al 1344 e dal 1356 al 1363, coniò diverse monete: innanzitutto il Genovino d’oro, da 3,5 gr. di oro fino e di circa 22 mm di diametro, sul quale si può leggere la scritta “DUX IANUE QUA DEUS PROTEGAT” con riferimento alla nuova autorità del doge. Fece battere, inoltre, una nuova moneta, sempre d’oro, la terzarola o terzo di Genovino di oro puro, di circa 1,15 gr. e di 14 mm di diametro e la quartarola del peso di 0,85 gr. e di diametro di circa 12 mm. Simon Boccanegra, durante il secondo periodo della sua carica, coniò anche il Genovino d’oro e il grosso d’argento, in tutto simili a quelle battute durante il suo primo dogato, eccetto nella dicitura, in cui il termine latino “primus” è sostituito da “quartus” o nella forma abbreviata “quartu”.
La monetazione genovese risentì per lungo tempo dello stile medievale: infatti i tipi riproducevano un castello con porta stilizzata, probabilmente il Castello degli Embriaci, oggi scomparso, ed il nome di Corrado III, che aveva concesso il diritto di monetazione a Genova nel 1139.
Il doge faceva incidere sulle monete le sue iniziali con il numero ordinale e questo sistema non subì modifiche per un ampio arco di tempo, fino a quando, durante l’occupazione, Galeazzo Maria Sforza fece coniare testoni d’argento sostituendo la scritta dogale con le sue iniziali. Lo stesso fece Ludovico Maria Sforza, mentre Luigi XII mise sulla porta il fiordaliso di Francia. Inoltre la monetazione genovese di questo periodo era caratterizzata dall’invarianza del soggetto: ciò veniva fatto per mantenere intatta la considerazione e il prestigio della moneta genovese presso i mercati nazionali ed europei, facilmente riconoscibile.
Il 25 ottobre del 1396 la Repubblica di Genova venne sottomessa dai Francesi: Carlo VI, che dominò su Genova dal 1396 al 1409, fece battere monete con il suo nome. Quando nel 1409 i genovesi si liberarono dell’oppressore francese, ristabilirono il governo dogale e fu battuta una moneta d’argento con la scritta LIB(ER)TAS:I:XPO e anche un grosso che porta le lettere T e M che vengono attribuite a Teodoro di Monferrato, Capitano della nuova Repubblica.
Dall’XI al XVI Doge non si è ritrovato nessun reperto numismatico, mentre dal XVII doge le autorità mettono le loro iniziali sulle monete. Dal 1421 al 1435, durante un’ulteriore occupazione milanese, le monete recano il biscione dei Visconti. Dopo la cacciata dei Milanesi, il Doge Pietro II Fregoso coniò dodici monete d’argento su cui, per esprimere la sua religiosità, fece imprimere il monogramma di Cristo J.H.S. Quando la Repubblica di Genova si appoggiò al Re di Francia Carlo VII, che per la morte dei fratelli maggiori, nel 1417, divenne Delfino, sulle monete venivano fatti incidere stemmi o un delfino, quasi sempre accompagnato da un giglio o da una piccola corona. Dal 1461, dopo aver ripreso la sua indipendenza, Genova ebbe due Dogi: Prospero Adorno e Luigi Fregoso; poi riconobbe nuovamente il Duca di Milano Luigi Sforza, che fece incidere sulle monete genovesi la scritta D:IAN (DUX MEDIOLANI). Dopo una serie di piccoli billons, importanti emissione di monete genovesi furono fatte a Lesbo, Chio, Focea.

 
 
 
 
 
 
 
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